Intervista Carleo Diabete

Il diabete è una malattia cronica che richiede un follow-up costante da parte del medico curante. Tuttavia, molti pazienti diabetici si trovano a dover affrontare il problema del cambio frequente di diabetologo, con conseguenti difficoltà nella gestione della malattia e nella costruzione di un rapporto di fiducia con il proprio medico.

Durante un incontro di Insieme Per sul rapporto medico-paziente il Vicepresidente di Diabete Italia, Marcello Grussu, ha raccontato come per il paziente diabetico sia difficile istaurare una relazione con il proprio medico. La persona con diabete, infatti, si confronta sempre con clinici diversi che possono non sapere niente della sua storia precedente, delle sue abitudini e stili di vita. 

Abbiamo chiesto al Dr. Diego Carleo, Specialista Ambulatoriale presso ASL Napoli 2 Nord e Presidente Eletto AMD Campania, se questo rappresentasse un problema anche per i diabetologi, e quale potrebbe essere una soluzione che permetta l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica efficace e duratura tra medico e paziente. 

 

Quali sono le difficoltà che possono impedire un dialogo efficace ed una relazione solida tra persona diabetica e diabetologo?

Per un paziente diabetico, trovarsi di fronte un altro medico significa perdere un punto di riferimento, perché ormai ciascuno si fida del proprio diabetologo. Un cambio di terapia da parte del proprio diabetologo può rappresentare un vero e proprio problema. Abituato a fidarsi del proprio medico e della terapia prescritta, si ritrova disorientato di fronte a un’indicazione diversa da parte di un altro specialista. Questo genera confusione e incertezza su chi seguire e quale terapia adottare.

Un fattore chiave in questo scenario è l’engagement del paziente. Se il diabetologo precedente ha saputo costruire un rapporto empatico e motivare il paziente a seguire la terapia, un eventuale sostituto potrebbe non essere altrettanto efficace nel mantenere questo legame. Questo può acuire ulteriormente il disagio del paziente.

Come diabetologo impegnato nel servizio pubblico, mi trovo spesso ad affrontare questa problematica. Quando devo assentarmi per motivi familiari, congressi o malattia, non posso semplicemente fermare il servizio. Spostare tutti i pazienti in blocco creerebbe enormi disagi.

Se, ad esempio, ho prenotazioni per i prossimi sei mesi e mi assento un giorno, non posso riprogrammare tutte le visite. In questo caso, sono costretto a chiamare un collega per sostituirmi. Questo, pur garantendo la continuità del servizio pubblico, crea inevitabilmente disappunto nel paziente che non si ritrova a dover interagire con il suo medico di fiducia.

 

Esiste, secondo lei, un modo di risolvere questo problema? 

In realtà, i miei pazienti hanno il mio cellulare aziendale che, in teoria, dovrei spegnere quando non lavoro.

Invece, lo tengo acceso in modo che possano contattarmi su WhatsApp per informarmi su come si sentono, per chiedere consigli o per chiarire dubbi sulla terapia, soprattutto nel caso venga variata. In questo modo, posso intervenire tempestivamente in caso di necessità o rassicurare chi si sente preoccupato.

Grazie a questa specie di telemedicina “fai da te – sappiamo che WhatsApp non è lo strumento ideale per un servizio medico professionale – posso mantenere un contatto con i miei pazienti e offrire loro un supporto a distanza. Credo che questo sia apprezzato da molti di loro, che si sentono più tranquilli sapendo di potermi contattare in qualsiasi momento.

Circa la metà dei miei pazienti mi manda un messaggio quando non sono in ambulatorio. È un numero significativo, e devo ammettere che a volte diventa impegnativo gestire tutte le richieste.

A volte mi capita di andare in burnout, soprattutto quando sono costretto ad assentarmi più volte per motivi personali e mi ritrovo a dover rispondere a decine di messaggi al giorno. E ovviamente non è semplice rispondere a tutti.

 

Questi problemi, quindi, secondo lei, sono di natura sistemica oppure relativi alle caratteristiche peculiari del diabete, o entrambi?

Secondo me entrambi. Le prendo ad esempio la situazione della mia regione.

Attualmente, la situazione in Campania è critica. I diabetologi sono oberati di lavoro, con un numero di pazienti che supera di gran lunga il loro “monte ore” lavorativo. Io, ad esempio, non vedo meno di 25 pazienti al giorno, con almeno 5 nuove diagnosi settimanali.

Questo significa che ogni mese si aggiungono almeno 20 pazienti a quelli che seguo già da anni. Di fatto, mi trovo con una lista d’attesa che supera di gran lunga i 12 mesi.

Inoltre, ci sono pazienti che prenotano appuntamenti ma potrebbero attendere anche un anno prima di essere visti, sottraendo spazio a pazienti che necessitano di cure urgenti, anche perché manca una valutazione preventiva del rischio.

Quali potrebbero essere, quindi, secondo lei, delle soluzioni per migliorare la qualità della cura nel diabete e la relazione medico-paziente?

Personalmente, ritengo che una soluzione efficace sia la suddivisione dei pazienti in base al rischio, poiché ciò potrebbe mitigare i lunghi tempi di attesa. Inoltre, va considerato che un diabetologo non può accettare un numero infinito di pazienti.

Per spiegarmi meglio, dispongo di un certo numero di ore lavorative, che rappresenta il massimo impegno che posso dedicare al mio lavoro, ma non ho un limite prestabilito di pazienti diabetici che posso seguire nel tempo.

Non solo continuo ad accogliere nuovi pazienti, ma anche altri pazienti mi vengono riferiti, magari dai familiari o dagli amici di quelli che già sono in cura e si trovano soddisfatti. Tutto ciò, ovviamente, genera un sovraccarico perché mi trovo a seguire un numero eccessivo di pazienti che va oltre le mie disponibilità orarie, impedendomi di dedicare loro l’attenzione necessaria.

Sarebbe opportuno stabilire un limite al numero di pazienti che un diabetologo può seguire, ad esempio 3.000 nel corso del tempo. Tuttavia, il numero di pazienti continua a crescere costantemente, anche perché ogni giorno si effettua almeno una nuova diagnosi.

Questo è il punto cruciale: i diabetologi, già gravati di lavoro, non dovrebbero accettare ulteriori nuovi pazienti senza liberare spazio per le prime visite. Purtroppo, nel sistema pubblico questa pratica non è applicata poiché è obbligatorio riservare spazio per le prime visite.

Inoltre, i pazienti stabili dovrebbero essere seguiti dal medico di base, il che non sempre avviene, anche perchè il medico di base si trova ad affrontare molteplici patologie croniche e non riesce a dedicare l’attenzione necessaria ad una singola patologia come il diabete. Di conseguenza, il centro si sovraccarica di pazienti. 

Il tempo a disposizione del diabetologo, purtroppo, per come è impostato ad oggi il sistema, non sarà mai sufficiente per garantire assistenza di qualità a tutti i pazienti che gli vengono affidati. Bisogna cambiare il sistema.

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